domenica 13 novembre 2011

Un giorno in Blu

Come ti ha visto l'alba della Creazione,
così continui a essere mosso dal vento.
E io ti ho amato, Oceano
e la gioia dei miei svaghi giovanili,
era di farmi trasportare dalle onde
come la tua schiuma;
fin da ragazzo mi sbizzarrivo con i tuoi flutti,
una vera delizia per me.
E se il mare freddo faceva paura agli altri,
a me dava gioia,
Perché ero come un figlio suo,
E mi fidavo delle sue onde, lontane e vicine,
E giuravo sul suo nome, come ora.



Non è attrattiva, ed è certamente per me qualcosa di più di una semplice passione. La risacca delle onde è molto più di qualcosa che mi quieta lo spirito; è un po' come se fosse la diretta espressione, il suono della mia anima.

Oggi la vedo Blu. Come il mare delle estati di quel tempo in cui, come per ogni ragazzo di quell'età, spensieratezza e malinconia si susseguivano a minuti alterni ed erano in fondo quasi la stessa cosa. Due sensazioni talmente vicine nella loro mutevolezza temporale, da rendere indefinibile il rapporto causa-conseguenza esistente tra l'una e l'altra.


Chiudo gli occhi, ora. Respiro e richiamo alla mente il mio Grande Blu. 


Seduto nel cuore della notte, davanti a quella distesa scura e viva, chiudo gli occhi per ascoltarne le parole. E' un canto imprevedibile. A tratti pacato e quieto dal lieve profumo di sale; a tratti invece sembra penetrarti talmente a fondo nel cuore da rendere doloroso e angosciante il tuo stesso battito.
Lascio che sia quella melodia improvvisata a guidare le mie sensazioni; a portare libere verso l'orizzonte, custodite e cullate da ogni risacca, su di un'onda, tutte quelle parole che la mia voce mai sarà in grado di dire, ma che profonde vivono di un suono diverso, inascoltabile: espresse nella voce della mia anima.


Alle torride serate spensierato-malinconiche di un tempo a Mondello.
Alle nottate su quella spiaggia in Brasile, in cui il suono della mia felicità è riuscito ad assordare l'anima di quell'oceano davanti ai nostri occhi.
Ad un amico che del mare di quell'anno a Sharm ha fatto un baluardo.
Alla vita.

A.

giovedì 10 novembre 2011

Può il nostro tempo snaturare un ramo di ciliegio?

Ringraziando prima di tutto l'autrice di questo pezzo, condivido con voi una riflessione sul senso del tempo di questa nostra epoca. Nella grande rincorsa al tutto, alla frenetica ricerca di nuovi stimoli, è possibile che si sia davvero perso lo stimolo vero: quello primario? Il flusso naturale delle cose. Di quanto sentiamo la mancanza e quanto invece abbiamo tra le mani senza riuscire più ad apprezzare, ad onorare? A voi, l'ardua sentenza.



"Tempo e perfezione

mi sono ritrovata ultimamente a chiedermi con insistenza essenzialmente due cose:
quale sia, per me, il senso del tempo e in che cosa, in fondo, consista la ricerca della perfezione.

mi chiedo se sia poi vero che le due cose non possano andare di pari passo, pur viaggiando a velocità e in direzioni inversamente proporzionali tra loro.

tendiamo a dire che nella nostra vita, troppo "occidentale" nei valori e nella mentalità, il tempo abbia perso il suo senso primo.
Viviamo all'interno di una società, o molto più probabilmente di un sistema, che ci costringe ad un dinamismo tanto cieco da non concederci il lusso di poterci fermare, anche solo per un attimo, a guardare quello che di solito rappresentiamo metaforicamente in un ramo di ciliego: il fluire della vita.. Eppure, mi dico, il motore di questa corsa frenetica al tempo, quale altro può essere se non l'esasperazione dell'importanza del tempo stesso?

un controsenso, un paradosso.. sì.. ma la vita poi, si nutre e sostenta di situazioni di cui razionalmente non vediamo alcuna spiegazione; le chiamiamo comunemente rapporti causa-effetto..

la verità è che sono sempre più convinta che l'uomo, nella sua ricerca di perfezione, sinonimo di equilibrio, altro non cerchi se non la propria collocazione all'interno di questa catena; quasi per certi animi, fosse indispensabile trovare una giustificazione, una legittimazione dei propri difetti, delle proprie mancanze, reali o percepite, delle proprie insicurezze.. perchè no, forse il termine esatto è proprio questo.. del proprio oscuro.

ho sempre fermamente creduto che il segreto della completezza umana risiedesse proprio nella sua capacità, nella sua propensione naturale alla mutevolezza.

Più volte, noi stessi abbiamo ribadito che il segreto della consapevolezza sta nell'accettare noi stessi e in qualche modo, nel riuscire a riadattare, a interiorizzare e rendere parte di noi ogni condizionamento esterno.

Ebbene, vedo in questi anni, che mi piace definire esasperati, un grande errore di fondo:
si vive e si agisce nell'erronea convinzione che un uomo equilibrato sia un uomo in grado di isolare se stesso dal mondo circostante; in grado di chiudere occhi, anima e mente in una sorta di camera stagna che rimbalzi, in ritorno al mondo, ogni singolo stimolo o scossa per lasciare immutato e indefesso tutto ciò che all'interno vi è rinchiuso.

e al pensiero di una simile immagine, mi viene da scuotere la testa e sorridere.

vedo un uomo che dovrebbe essere, secondo quanto ritenuto, equilibrato e quasi impossibile da scalfire, in realtà, prigioniero e, al tempo stesso, fragile della protezione di un bozzolo.

ciò che si dice un uomo imperturbabile è invece, al contrario, solo il figlio della propria insicurezza: un essere, un animo talmente spaventato e preoccupato che tutto ciò che, anche solo di sè non conosce, possa ledere le sue poche certezze, da non rendersi conto, nel corso di questo suo estremo impegno, che l'unica via per entrare davvero in contatto con se stessi è la destabilizzazione continua del proprio essere.. l'aprire i propri limiti giorno dopo giorno al mondo e riscoprirsi e scoprirsi in relazione e in reazione agli eventi del mondo stesso.

ci si ritrova così, schiavi di noi stessi, talmente abituati a vedere tutto scorrere e cambiare davanti a noi, da risultarne terrorizzati, prede fino al punto da arrivare a ritenere la staticità l'unica via di equilibrio.. mentre mai.. le definizioni di equilibrio e staticità potrebbero essere più agli antipodi tra loro.

ed eccoci, ciechi e figli dell'esasperazione della velocità e dell'importanza del tempo stesso.. fregati dalla smania di una ricerca che noi stessi abbiamo iniziato e di cui abbiamo perso il controllo..

una persona che reputo saggia, tempo fa ha scritto queste parole:

tante volte mi sono sentito dire che la mia velocità avrebbe pregiudicato la mia consapevolezza di me stesso. mi dicevano, frena, o rischi di perderti il bello di oggi cercando qualcosa di domani. io ho sempre amato pensare che questo dinamismo non sia conseguenza del mio stile di vita frenetico, ma che all'opposto sia invece il suo ritmo. la mia voglia di mordere la strada mi ha insegnato una grande cosa: non c'è un tempo, non c'è una velocità, non c'è un'eta da adattare ad ogni fase della nostra vita. quello che conta è quello che noi sentiamo dentro. conta solo quanto di noi abbiamo consapevolezza; quanto riusciamo a prendere e ad assaporare quello che ci fa sentire noi stessi ad ogni velocità, in ogni tempo e in qualsiasi età. se credi di essere a metà, ho imparato, che sei solo all'inizio.

credo che in queste sue parole stia la giusta via.."



A.

mercoledì 9 novembre 2011

Il bambino è Padre dell'Uomo.

Forse prima di imparare ad essere figli dobbiamo imparare ad essere padri.

Comincio a pensare che non sia la consecuzione temporale a dirci quando diveniamo capaci di interpretare e capire fino in fondo un ruolo che magari stiamo ricoprendo da anni.

Nasciamo figli: e non è mai facile, per un figlio, capire il perché del comportamento di un genitore. Il perché di certe scelte. Il perché di determinate privazioni. Il perché di uno sguardo austero e compiaciuto o il perché del rifiuto di una parola di conforto e di appoggio.
Eppure, l'essere figlio è la prima cosa che a questo mondo tutti sperimentiamo.
Ci diciamo sempre che un padre è colui che ha il compito di mostrare ad un figlio come scegliere, distinguere il proprio bene dal male: colui che ha il compito di guidarlo e di seguirlo verso il suo diventare uomo.
Ma la verità, è che nessuno ci insegna o ci dice come un padre debba accompagnare un bambino, un ragazzo nel corso della crescita; quale sia il modo migliore e più sereno per inculcare, di questa vita, in una mente innocente e incosciente, le responsabilità, i valori e le armi.
Ogni uomo, quando si appresta ad essere padre a sua volta, altro non ha che la propria esperienza di figlio con tutti gli errori, le sofferenze e le gioie del caso.


Comincio a pensare che un esempio, in fondo, non possa essere giudicato.
Se grazie a mio padre sono l'uomo di oggi - mi chiedo- ha forse importanza indagare se lo sia diventato per emulazione o per contrappasso? 
O quello che conta è solo la consapevolezza che è un figlio, diventato uomo prima di te, a renderti a sua volta, figlio prima e uomo poi?
Non mi ha forse a suo modo, nonostante tutto, fatto diventare esattamente quel tipo di uomo che ho sempre voluto essere?


Il fatto certo, quello imprescindibile è che un uomo diventa padre con la speranza di vedere un giorno, il proprio figlio guardare alla vita con l'orgoglio e l'entusiasmo di se stesso e delle proprie radici. 
Penso che forse ho tolto al mio la più grande gioia che un padre possa ricevere: essere guardato oltre ad uno sguardo austero e compiaciuto e sentirsi fiero di leggere nello sguardo di un figlio gratitudine e rispetto.


Per emulazione o per contrappasso quindi, spero, prima o poi, di rendere lui ed i miei figli fieri dell'uomo e del padre che imparerò ad essere un giorno.
Perché oggi, forse, ho imparato almeno ad essere figlio.


A.